martedì 24 aprile 2012

RECENSIONE MANGA - Kyokuto Kitan


KYOKUTO KITAN
Autori: Yu Kinutani, Mimi Natto
Genere: Azione, Supernatural
Collana: Volume da Fumetteria
Formato: 13x18 
Pagine: 216 
ISBN: 978-88-6468-677-6 
Numero: 1 
Copyright: © Yu Kinutani, Mimi Natto/Kodansha.
All rights reserved.


Vorrei partire con una premessa prima di addentrarmi nella recensione di questo albo, questo primo tomo di tre parti che comporranno l’intero manga: qualcuno ha già paragonato l’opera di Mimi Natto con quella di Yuki Urushibara, Mushishi. Tremendamente fuorviante perché gli intenti delle due storie sono diametralmente diversi; laddova Mushishi è un’insieme di storie episodiche, che cercano di stimolare il lettore attraverso l’espediente narrativo della ripetizione, Kyokuto Kitan invece pone al lettore una crescita del protagonista che cerca di raggiungere la conoscenza, ma anche un’elevazione spirituale, con una trama consequenziale. Di certo condividono un elemento preponderante in tantissimi altri manga, e cioè la fusione tra folklore e fantasy.

Nel primo capitolo del manga ci vengono subito mostrati tutti quelli che saranno gli elementi che costruiscono la struttura della storia: il viaggio onirico, il simbolismo ricorrente e le piante antropogame. Neologismo creato ad hoc dall’autore, per queste forme di vita, che si riproducono attraverso gli esseri umani, piantando semi nel loro corpo e fiorendo fino a trasfigurare o inglobare l’uomo ospite.

Vorrei concentrarmi però sulla simbologia presente sul corpo del protagonista Juzou Kuki
che appare come un uomo dal fisico prestante ricoperto di tatuaggi maori. Cerchi, triangoli, soli, spirali sulle natiche, sono riconducibili ai guerrieri ed è una versione più estesa del WHAKAIRO. Questo ci fa intuire che Kuki è sì uno studioso, ma anche un uomo che sta attraversando una fase di crescita perché non ha raggiunto la completezza, l’età matura simboleggiata dal tatuaggio facciale MOKO. Il simbolismo più estremo è però rappresentato dal fatto che queste figure maori, non sono altro che minuscoli ideogrammi della parola TARTARUGA accostati vicini nel reticolare le forme geometriche.

La tartaruga è ovviamente di potente significato. Saltiamo a piè pari le classiche definizioni attribuite all’animale, come longevità, fertilità e vitalità, preferirei avvicinarmi alla concezione cinese dello Yin e dello Yang.
L’essere umano è identificato come il MEDIATORE. L’uomo si frappone tra cielo e terra, avatar della grande volontà, allo stesso modo la tartaruga per la sua stessa natura viene paragonata all’uomo: il carapace tondo indica la volta stellata, il cielo, mentre il piastrone indica la terra su cui poggiamo. Ecco che l’ideogramma della tartaruga oltre a rappresentare la potenza nascosta, batte  sul carattere umano della mediazione tra esso ed il potere “divino”.

Kuki nel primo capitolo del manga rallenta la malattia di una giovane prostituta di nome Kureo, dal cui petto sgorgano incessantemente dei petali. Attraverso l’utilizzo di un particolare sale australe i cui fumi inibiscono queste piante il protagonista riesce a contrastarne gli effetti, e unitamente all’uso di una pistola a pietra focaia tale fumo può reagire alla combustione per annientare le piante più feroci. Ovviamente il sale “australe” è un altro riferimento ai polinesiani maori.

Piccolo appunto storico: benché nell’800 (il manga è ambientato nell’epoca Meiji dal 23 ottobre 1868 al 30 luglio 1912) fossero già presenti le evoluzioni dell’archibugio, i moschetti e certamente le rivoltelle americane l’uso di una pistola a pietra focaia nasce per una sicura questione di praticità visto le ridotte dimensioni.

È bene citare anche il fatto che si sente questo cozzare, in senso propositivo, tra un’ambientazione moderna di appena un centinaio di anni fa, e i temi del fantasy medioevale giapponese. Precisi riferimenti ai treni come mezzo di trasporto, e gli autoctoni sono già influenzati dall’occidente nei capi di vestiario.
È infatti in quel periodo che il Giappone compì quella transizione dal sistema feudale allo stato moderno grazie alla lungimiranza di intellettuali, militari e funzionari, tutti provenienti dal ceto dei samurai.

Il popolo della tartaruga, la civiltà marina dell’area del Giappone, creature simili ai KAPPA, una specie di Atlantide se vogliamo, è l’etnia a cui si fa più volte riferimento nei sogni di Kuki e solo attraverso quei sogni riusciamo a capire di più, sia sul passato che sul mentore Narushima, anche se necessitano anche loro di un’interpretazione che si rifà a sensazioni e raffigurazioni a livello inconscio. Come le persone senza volto che rispecchiano il desiderio di rapporti interpersonali con chi vorremo rincontrare, o il neonato che rappresenta la trasfigurazione caratteriale e/o fisica dell’individuo.

Tanti sono i riferimenti alla storia del Giappone, alla poesia, sostenuti dalle note editoriali, e il tratto di Kinutani meriterebbe una recensione a parte, per la pulizia delle tavole, il dinamismo plastico (che ossimoro), le ispirazioni surrealiste e la perfetta caratterizzazione di tutti i personaggi; spesso non ci si fa caso, perché abituati alla piattezza delle figure nei manga, ma Kinutani insieme a pochi, come Urasawa, riesce perfettamente a definire con precisione tanti personaggi in modo completamente diverso, un pregio anche se dovrebbe essere la base dei prodotti a fumetti.

Un manga consigliato a chi vuole immergersi nella leggenda dell’estremo Oriente. Navigare tra i flussi di un oceano dimenticato, acque che trasportano vita e storie. Intenso questo primo volume. Se regge così per gli altri due numeri, potrà essere considerato DAVVERO un bel manga.

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